RUBRICA: Conclusioni per la Flora Apistica del Monte Cònero
La presente ricerca non ha solo consentito di realizzare la Flora apistica del monte Cònero e di individuare i taxa botanici che dànno il maggior contributo sia all’alimentazione dell’ape nelle quattro stagioni sia alla produzione di miele nella stessa area. Sono stati evidenziati anche alcuni importanti aspetti di tale Flora, alimentazione e produzione. Essi vengono presentati in sede conclusiva, unitamente ad alcune riflessioni sulla metodologia adottata e a proposte a carattere gestionale sul Parco naturale del Cònero.
Conclusioni sulla Flora Apistica del Cònero
La prima importante considerazione conclusiva riguarda la particolare ricchezza della Flora apistica, costituita da circa 200 taxa. Il dato è in parte frutto dell’accurata perlustrazione del territorio. Il motivo fondamentale per spiegare tale ricchezza è tuttavia l’accentuata differenziazione degli habitats cui si è fatto cenno descrivendo la vegetazione dei coltivi (Introduzione).
Taxa di maggiore interesse della Flora apistica
Individuando i taxa di maggiore interesse della Flora apistica si è inteso fornire agli apicoltori ed agli agricoltori dell’area del Cònero indicazioni sulle fonti più importanti di nettare e polline cui attingono le loro famiglie d’api. Queste indicazioni risulteranno particolarmente utili per le stagioni durante le quali non si ottiene raccolto in miele e quindi non è possibile eseguire analisi polliniche per raggiungere lo stesso scopo.
Periodi critici per l’alimentazione delle api
Basandosi sulle caratteristiche fenologiche dei taxa della Flora, sulla loro appetibilità e considerando separatamente il contributo di ciascuna formazione vegetazionale, studiata durante ogni singolo periodo dell’anno, si è cercato di individuare eventuali intervalli particolarmente critici, caratterizzati per es. da penuria di fonti per il fabbisogno energetico e plastico delle api. Gli apiari 1, 2 e 3 non soffrono a causa di periodi piuttosto critici: ciò è dovuto – và sottolineato – alla loro collocazione in mezzo alla vegetazione dei coltivi. Questa constatazione costituisce una conferma sperimentale di una situazione riconosciuta come vantaggiosa dagli stessi apicoltori del Cònero (fig. 2), rispetto quella di allevamenti presenti in altre aree, lungo la costa delle Marche.
La stessa resa media annua in chilogrammi di miele per alveare, nel territorio del Cònero, è superiore a quella della maggior parte delle altre località marchigiane (dati omessi, ricavati da collaborazione con il Consorzio Cooperativo Regionale Apicoltori Marchigiani, Falconara M.ma, AN).
Entrambe le constatazioni costituiscono uno stimolo ad incentivare l’apicoltura in questo territorio, allo stato attuale probabilmente al di sotto delle sue potenzialità di allevamento e di produzione. I taxa della Flora apistica, considerati per questo studio particolare ed elencati in tab. 5, vengono indicati all’attenzione degli apicoltori e degli agricoltori del monte.
In generale, le osservazioni in campo, tenendo presente che si sono svolte in varie annate, hanno contribuito ad una migliore conoscenza sulla appetibilità per il nettare ed il polline dei singoli taxa della Flora nei confronti dell’ape, considerando la metodologia con cui le osservazioni stesse sono state condotte.
I valori di appetibilità riportati nella Flora sono stati osservati in tre ambienti peculiari, cioè in contesti ecologici ben definiti (quello del pascolo arido sul versante ovest, quello della macchia mediterranea e quello dei coltivi del Cònero, ove sono state eseguite le osservazioni). L’appetibilità di una specie, infatti, non può che risultare dalla sintesi di un congruo numero di osservazioni in campo, realizzate in quadri ecologici diversi fra loro (vedi definizione di competitività floristica). In base alle stesse considerazioni, una Flora apistica su scala maggiore (per es. una Flora regionale), dovrebbe essere la sintesi di più indagini condotte in ambito locale (sub-regionale) (Simonetti e coll.,1979).
La ricerca ha consentito inoltre di studiare la variabilità dell’appetibilità per il nettare ed il polline in ciascun taxon della Flora durante l’arco della mattina. Il criterio che prevede di differenziare l’orario delle osservazioni si è dimostrato valido particolarmente per la raccolta del nettare: un’indagine condotta con il criterio presentato può portare ad una corretta raccolta di dati.
Nell’ambito della Flora del Cònero le bottinatrici non sembrano preferire il nettare ed il polline di particolari varietà o sub-specie, potendo scegliere all’interno della stessa specie. Questo risultato viene presentato come un modesto contributo, un invito allo studio della variabilità intra-specifica nella secrezione di nettare e nell’offerta di polline; studio che – per la verità – non sembra aver avuto ancora la dovuta attenzione. Del resto, per questo scopo, sono necessarie ricerche piuttosto impegnative, sia per aspetti metodologici che pratici.
Conclusioni sulle Analisi melissopalinologiche
I risultati delle analisi melissopalinologiche hanno permesso di individuare i taxa botanici che consentono la produzione di miele nell’area indagata e di riconoscere quelli che sono essenziali per il raccolto.
Su circa 200 taxa che, considerando i dati delle osservazioni dirette fatte da gennaio a dicembre, nei vari anni, costituiscono la Flora apistica del Cònero, più di una settantina (ossia più del 30%!) presenta granuli pollinici nei sedimenti del miele Si tratta di un dato interessante, in quanto, per il raccolto, vànno considerati solo i taxa che fioriscono da maggio a luglio, in pratica. E’ una constatazione che suggerisce un maggior rispetto per decine e decine di piccole fioriture, apparentemente insignificanti, il cui nettare è prezioso per ottenerne il 25% del maturatore! La BIODIVERSITA’ VEGETALE, sia agraria che spontanea, così importante per il nostro futuro, si basa per il 70% sull’attività di queste piccole alate (Blasi e coll., 2005; Micheletti e coll., 2023).
Circa la variabilità del contributo percentuale di ogni singolo taxon nettarifero al raccolto annuale medio dei 3 apiari selezionati, è stata dimostrata e confermata la diffusa ed ampia fluttuazione attesa. La spiegazione è ragionevolmente imputabile ai diversi andamenti stagionali (atmosferici), che caratterizzano l’area in esame. Ciò è particolarmente applicabile alle specie spontanee.
Il criterio di affidarsi al campionamento di più apiari circostanti il monte, sia pure messo a punto per un’altra finalità, si è rilevato molto utile anche per questo scopo.
Alcune specie – anno dopo anno – sono in fase di regressione, come risorse di nettare; altre sono in forte espansione. Certune, come l’ailanto, meriterebbero ulteriori approfondimenti di indagine. Come pure il miele di lavanda e lavandino, per i quali, confrontando le osservazioni con le analisi polliniche ……… c’è qualcosa di poco chiaro, ancora. Nel cap. Risultati e Discussione sono stati approfonditi anche altri aspetti interessanti, derivati proprio da questo confronto.
Riguardo l’approfondimento sul numero minimo di anni di campionamento necessario per ottenere uno spettro pollinico attendibile, per gli apiari dell’area indagata: occorrono diversi anni di campionamento ed analisi polliniche per ottenere un quadro abbastanza chiaro sulla qualità e quantità del contenuto del miele di un’area tipo quella studiata. Si è visto come un miele che venga prodotto attorno al Cònero debba contenere il sedimento pollinico di almeno 3, meglio 8, specifici taxa, con una variabilità percentuale quantitativa che è stata delimitata statisticamente. Si tratta di miele di rovo e di ruchetta.
La conseguente collocazione dei taxa melliferi in precise tipologie vegetazionali ha portato alla rivalutazione in termini anche produttivi di formazioni finora ritenute genericamente ed erroneamente di scarso interesse. Tra le formazioni rivalutate, notevole importanza assumono le siepi, se si considera l’alto contributo percentuale medio degli arbusti e dei piccoli alberi nei mieli di tutti e tre gli apiari. E’ quindi ecologicamente sensato mantenere delle siepi tra i terreni coltivati (vedi paragrafo successivo). Le analisi melissopalinologiche relative ai campioni di tutti e tre gli allevamenti dimostrano l’elevata produttività in nettare delle piante infestanti, le quali partecipano agli spettri pollinici con percentuali medie eguali a quelle delle piante coltivate.
Grazie alle analisi di laboratorio, è stato determinato il contributo medio della flora di un pascolo xèrico e della macchia mediterranea, presenti sul Cònero, alla produzione di miele da parte di apiari opportunamente selezionati. Il contributo, piuttosto basso, è sicuramente minore di quello potenziale, in conseguenza della distanza non proprio ottimale tra le due formazioni vegetazionali e gli apiari, come pure per via di un minor numero di fioriture estive, che le caratterizzano rispetto la contemporanea abbondanza di fioriture concorrenziali, nella vegetazione dei coltivi. In mancanza di alveari collocati direttamente nel pascolo e nella macchia, questi risultati debbono essere valutati con cautela, tenendo anche presente che, in ogni caso, si riferiscono al contesto ambientale in cui la ricerca si è svolta. La macchia resta inoltre una discreta fonte potenziale di miele di melata, come hanno dimostrato le analisi.
Sulla gestione di superfici agricole, siepi ed incolti nel Parco Naturale del monte Cònero
L’aver realizzato la ricerca su una parte del territorio del Cònero – territorio che in base alla Legge della Regione Marche n. 21/’87 viene riconosciuto come Parco Naturale – può fornire indicazioni sulla gestione delle sue superfici agricole. Si delinea la possibilità di recuperare molti degli incolti mediante la piantumazione di specie officinali, sull’esempio di un’azienda agricola già attiva in località Montirozzo. In base alle osservazioni, infatti, tali piante esercitano un fortissimo richiamo sulle api. Le caratteristiche pedo-climatiche del territorio sono del resto favorevoli a questo tipo di intervento di recupero, che può portare ad un incremento nel reddito degli agricoltori e degli apicoltori del Parco.
Un’agricoltura integrata prevede lo sfruttamento completo ed equilibrato delle risorse naturali. In proposito, emerge da questa indagine l’utilità per la produzione di miele delle specie infestanti le colture. Queste piante vengono duramente combattute dagli agricoltori con i diserbanti. La produzione di miele per alveare tende nelle Marche a diminuire anno dopo anno: non sembri illogico auspicare, quindi – insieme ad altri tipi di iniziative – un uso meno drastico degli erbicìdi, magari mirato solo su alcune specie (Ricciardelli D’Albore, 1997). In particolare, i prodotti nocivi di “I classe” sono fortemente tossici e la loro presenza nell’ambiente ha già arrecato seri danni alla salute dell’uomo e alla sopravvivenza degli insetti utili. Stragi di api in diversi allevamenti del Cònero e la scomparsa quasi totale di altri insetti prònubi quali gli Imenotteri (api selvatiche, bombi, vespe e calabroni), i Ditteri, vari Lepidotteri (“i Crepuscolari”, o Sfingidi, ed altri), alcuni Coleotteri, i Sìrfidi, etc., nello stesso territorio, sono amare constatazioni più volte fatte nel corso del lavoro in campo. La irrazionalità di talune pratiche di diserbo dovrebbe indirizzare il legislatore alla promulgazione di norme che limitino in maniera chiara l’intervento nel settore; un intervento che si vorrebbe più rispettoso dell’ambiente e del reddito degli apicoltori.
I dati sulla consistenza del miele che proviene da taxa peculiari di siepe confermano la validità della Legge Regionale n. 8/’87, che, al secondo comma dell’art. 1, prevede: “Allo scopo di salvaguardare l’integrità ecologica del territorio, in particolare per evitare il depauperamento floristico e faunistico e per la difesa idro-geologica delle scarpate e dei terreni in pendìo, è fatto divieto di tagliare a raso, bruciare, estirpare o sradicare i filari di siepi esistenti lungo le scarpate e nel territorio agro-silvo-pastorale della regione, fatti salvi i casi previsti nel secondo comma dell’art. 2 della presente legge. Anche per le siepi che insistono lungo le strade è fatto divieto di impiegare, ai fini della rasatura, apparati meccanici che lacerino fusti e rame delle specie vegetali costituenti le siepi stesse”.
Sempre a proposito delle siepi, queste stanno praticamente scomparendo ovunque, sia perché le arature dei campi, con strade delimitanti, vengono spinte fino quasi a raggiungere l’asfalto delle strade stesse; sia per l’uso scellerato dei disseccanti sulla vegetazione delle bordure viarie.
La ricerca dimostra un ruolo non secondario anche per le stesse superfici incolte, così come sono. Basti citare quelle colonizzate dalla Dittrichia viscosa; gli ambienti ruderali, caratterizzati dai rovi, oppure quelli con accumulo di nitrati e forte presenza di Sinapis alba e di Malva sylvestris. Questi ultimi quattro esempi dimostrano come, all’interno del Parco, si possa attendere che le serie dinamiche, di ricostituzione graduale della vegetazione naturale potenziale, si sviluppino nel tempo, senza pregiudicare la pratica dell’apicoltura. Al contrario, il succedersi di tali serie la agevola!
A sua volta, considerando il ruolo di protagonista che l’Apis mellifera svolge attualmente come agente impollinatore, anche della flora spontanea, la diffusione di alveari nel Parco del Cònero favorirà la Biodiversità floristica (Blasi e coll., 2005) ed un più rapido recupero proprio della vegetazione potenziale (Ballelli e coll., 1991; Conti e coll., 2005; Scoppola & Blasi, 2005; Spinozzi & Raspino, 2006; Ricciardelli D’Albore & Intoppa, 2016). Più sinteticamente, questa diffusione favorirà la Biodiversità vegetale agraria (Micheletti & Romagnoli, 2016; Micheletti e coll., 2023). Quella agraria come pure quella spontanea (AAVV, 2020).

Salve a tutti, sono il dott. biologo veg. Walter Asci Ph.D. (on Plant DNA), in pensione dal 2025, e questa è la mia rubrica, curata nei dettagli assieme ai miei colleghi Edoardo Biondi, Anna Gloria Sabatini e Sandro Ballelli! Nelle prossime settimane vi guiderò in questa mia ricerca, analizzando dati e vari aspetti del settore dell’apicoltura nella zona del Monte Conero. Qui il mio curriculum


