RUBRICA: Risultati delle Analisi Melissopalinologiche
Il prolungamento dell’indagine fino a questo intervallo temporale – 11 anni – ha anzitutto consentito di verificare l’attesa intensità (contributo %le) e la variabilità (oscillazione dalla media) dell’apporto di ogni singolo taxon nettarifero al raccolto medio dei 3 apiari, anno dopo anno, per un periodo sufficientemente lungo. Sulla base della tab. 6 è difatti evidente la frequente, ampia distanza tra i valori minimo e massimo, confrontando tutti gli anni del periodo considerato, per ciascun taxon, con il suo valore medio. E’ stato possibile anche quantificare la consistenza delle oscillazioni annuali di ogni taxon bottinato, apiario per apiario, grazie all’ausilio della deviazione standard (vedi Materiali e Metodi). La consistente deviazione standard, infatti, che và dal quasi 12% del rovo, al quasi 7% dell’Ailanto, per chiudere con il 3,8% dell’Erba della Madonna, è solidale con quanto appena presentato e discusso. Anche l’applicazione del campo di variazione e dello scarto medio assoluto conferma la variabilità ottenuta (dati non pubblicati).
D’altro canto, è chiaro che i parametri atmosferici, considerati nel loro complesso, giocano il maggior ruolo nel determinare l’annata migliore per i nettàri di ogni singola pianta. Queste ultime dimostrano di reagire in modo anche molto diverso al succedersi di andamenti stagionali varianti. Il discorso è valido soprattutto per le specie spontanee, in quanto quelle coltivate sono soggette ad un altro fattore di variabilità, di natura antropica: la superficie coltivata, anno dopo anno, di quella specie (vedi per es. l’Helianthus annuus).
Si è potuto determinare -a livello indicativo- il numero minimo di anni di campionamento necessario per ottenere uno spettro pollinico medio attendibile e incontestabile del miele dei tre apiari selezionati (vedi Materiali & Metodi). Si tratta di fare la media di diverse annate di produzione. Ovviamente, tale numero di anni è riferito all’area ove questi sono collocati e non può essere generalizzato.
Per arrivare a questa determinazione, ci si è posti anzitutto una domanda: nonostante la forte variabilità sedimentaria tra le annate di produzione – esistono almeno delle “Combinazioni polliniche” che restano costanti nel tempo? La risposta è positiva. Risulta costante la presenza nel sedimento del miele – a prescindere dai valori percentuali – del Genere Rubus (rovo; media aritmetica: 25,95), del Diplotaxis erucoìdes erucoìdes (detto Rucola selvatica, Ruchetta: 19,40); della Sulla coronaria (sulla: 9,20). Il loro polline è sempre presente nei risultati delle analisi polliniche.
Altri 5 tipi di polline sono quasi sempre presenti: si tratta dell’Helianthus annuus (girasole: 6,48); della Clèmatis vitalba (la vitalba: 3,91); del Trifoglio pratense (trifoglio: 3,22 e della Stachys annua (detta Erba della Madonna: 3,09); infine, dell’Ailathus altissima (ailanto o toccacèlo: 3,02). Di tali 5 tipi pollinici, almeno 3 ci sono sempre, nel prodotto zuccherino del Cònero. Questo gruppo di 8 piante a fiore costituiscono le colonne portanti dell’apicoltura del Cònero.
Sono quasi tutti taxa spontanei. Ciò può essere il motivo dell’”affidabilità” della loro presenza pollinica, non soggetta (vedi sopra) all’intervento antropico, come le colture agrarie.
Considerando solo il girasole e la ruchetta, si raggiunge una media del 45,35% del raccolto. Il nostro miele è dunque “bi-floreale”. Il 74,26% dell’alimento pregiato viene fornito dai primi 8 taxa della tabella, considerati a parte.
C’è dell’altro: il restante 25,74% della produzione è ascrivibile ad una miriade di fiorellini spontanei che crescono nei vari ecosistemi di quel territorio. Le api tendono a concentrare la loro bottinatura su poche fonti nettarìfere, è risaputo, ……. ma non “sprecano” nulla! L’Apis mellifera – inoltre – con la sua capillare azione di impollinazione, è un supporto primario alla Conservazione della Biodiversità vegetale.
Ancora: una forte variabilità per la maggior parte dei taxa è stata riscontrata anche all’interno dello stesso anno di analisi, confrontando i risultati di un apiario con un altro, al fine di ottenere i dati medi. In modo superiore, cioè, a quanto atteso sulla base del pascolo potenziale delle api di ogni singolo allevamento. Questo pascolo è infatti per lo più comune (ossia i coltivi attorno al monte, fatta eccezione per le 3 tipologie vegetazionali esclusive di ciascun allevamento). E’ quindi opportuno, in ricerche di questo tipo, prelevare campioni da un congruo numero di apiari, proporzionati all’estensione dell’area indagata e alle sue differenziazioni floristiche e vegetazionali.
Sempre in base alla tab.1, si possono evincere le tendenze più chiare e rilevanti? Sì. Certi taxa sono infatti in completa regressione, come fonti di nettare (Reseda lutea, Medicago sativa, etc.). Altri taxa sono in fase di forte o fortissima ascesa (Helianthus, Ailanthus). Più di un apicoltore ci ha riferito che, negli ultimi anni, ha raccolto miele di Ailanto. E’ una specie non coltivata, anzi infestante, ubiquista e frequente sulle rupi: come interpretare tale incremento? Il “comportamento” del nettare di Ailanto non è facilmente spiegabile, se non con andamenti atmosferici ad esso particolarmente favorevoli, negli anni più recenti dell’indagine. Inoltre, l’apporto dell’ailanto varia discretamente, da un anno al successivo: lo si può cogliere dalla relativa deviazione standard (6%). Il rovo ha raggiunto nel 1987 la percentuale relativa del 54%, nell’apiario 2! La lavanda, al contrario, ha una produzione media dello 0,70%. Il polline del gruppo di lavanda e lavandino (maschio-sterili) è noto per essere ipo-rappresentato nel sedimento del miele (Ricciardelli D’Albore & Persano Oddo, 1978). Tuttavia il valore è veramente molto basso. Si consideri i 4,5 ha di lavandeto che vengono coltivati dall’azienda di colture officinali, a due passi dall’apiario 1. La Robinia pseudoacacia presenta un contributo percentuale medio dello 0,75%. Ciò lascia pensare che gli apicoltori del Cònero non sono interessati ad un monoflora di questo tipo, vista la massiccia presenza dell’infestante un po’ ovunque e considerata l’appetibilità dimostrata dalla sua infiorescenza per le bottinatrici.
La sulla, infine, ha una media del 9,20%, ma ciò era atteso, vista la sua prepotente presenza in ogni angolo incolto del Promontorio. Questa specie è favorita, nell’offerta di nettare, quando una primavera in ritardo finisce per congiungersi all’arrivo dell’estate e del conseguente “flusso” di nettare.
Con riferimento alla struttura della vegetazione indagata sul Cònero, i risultati delle analisi eseguite sul campione del raccolto annuale di ogni singolo apiario dall’83 all’87 sono stati elaborati, come descritto in Materiali e Metodi, per ottenere anche un altro tipo di tabella: la n. 7 (gruppi di taxa melliferi, considerati per aspetto morfologico). Quanto segue è stato dedotto da quest’ultima elaborazione dei dati della microscopìa.

Zona 1 – apiario 1
Da un esame della tab. 7, si evince che, come atteso, le api si alimentano soprattutto grazie alle erbacee nettarifere diffuse nei campi. E’ interessante notare come le piante coltivate e quelle infestanti le colture partecipino in misura pressoché equivalente alla produzione di miele (35.4 e 36.6%, rispettivamente), nonostante vengano impiegati dagli agricoltori i comuni diserbanti che si trovano in commercio.
Degna di nota è anche la consistente percentuale di miele proveniente dagli arbusti e piccoli alberi, tra i quali i rovi, che concorrono per ben il 28% al totale del raccolto medio, a conferma della descrizione del territorio riportata in MATERIALI E METODI, con le frequenti superfici incolte, le siepi, etc..
Zona 2 – apiario 2
La tab. 7 evidenzia come poco meno del 50% del miele provenga in media dalle piante erbacee, nonostante queste si diffondano su una superficie enormemente maggiore a quella occupata dagli arbusti e piccoli alberi (52.1% del miele). Tra gli arbusti è sempre il rovo, con il 35.7%, che fornisce la maggiore quantità media di miele (54% come valore annuale massimo). Ciò dimostra l’importanza che assumono alcune piante con collocazione ecologica tipicamente ecotonale (come le siepi),
nell’alimentazione delle api e di altri insetti prònubi.
Circa le piante infestanti (22.7%), l’apporto fornito rispetto alle coltivate (19.3%), resta comunque elevato, come viene evidenziato dalla tab. 7.
Tra le piante erbacee sono state individuate quelle non coltivabili, che derivano dal pascolo xèrico situato ai margini della superficie interessata dall’attività di raccolta delle api; sono state cioè distinte le “pascolive” dalle infestanti. L’elenco delle pascolive mellìfere non viene riportato per ragioni di spazio. Per quanto contenuto (5.9%), il contributo medio del pascolo al raccolto di miele risulta significativo.
Zona 3 – apiario 3
L’analisi melissopalinologica dei campioni di miele forniti dall’apiario 3 (tab. 7), mostra anche qui, come per la zona 2, la grande importanza dei taxa presenti nelle formazioni ecotonali (45.2%): essi eguagliano la partecipazione media al raccolto da parte delle piante erbacee (51.9%), nonostante la minima diffusione rispetto queste ultime. Al miele di rovo spetta ancora una volta una presenza massiccia, con il 38.3% di media.
Per quanto riguarda le erbacee, inoltre, si sottolinea come i taxa infestanti, anche nel caso di questo apiario, partecipino notevolmente alla composizione media del raccolto (32.9%), del quale rappresentano addirittura quasi il doppio in percentuale rispetto quella delle colture (19.0%!).
Anche l’elenco delle piante mellìfere tipiche dell’associazione fitosociologica Orno-Quercetum ilicis viene omesso per motivi di spazio. La macchia mediterranea del Cònero, comunque, com’era prevedibile, visto il periodo durante il quale l’apicoltore ottiene il raccolto dagli alveari, dà un contributo medio piuttosto contenuto (2.9%).
Le analisi, rivelano anche una costante e quasi sempre “media” presenza di melata prevalentemente nelle smielature di questo apiario. Per la verità, il massimo raccolto del bruno alimento, ottenuto durante questi 11 anni, è stato trovato nel sedimento dell’apiario n. 2 (“Risultati apiario 2 – ’93 ……. presenza di melata in grande quantità”).
Nelle indagini di laboratorio, eseguite sui vari campioni, è stata infine rintracciata anche la presenza di polline che deriva da piante non nettarìfere (a impollinazione “anemòfila”, per es.) Le api possono raccogliere solo polline. I taxa più ricorrenti, anno dopo anno, sono: Papaver (fino al 26%); Quercus robur (fino al 19%); Graminaceae (fino al 43%!) Quercus ilex (fino al 5% ); Fraxinus ornus (fino al 3%), Ligustrum (fino al 16%), e moltissimi altri taxa (dati omessi).
Questi risultati sulla raccolta di polline da parte della piccola mellifera confermano i dati e le considerazioni effettuate con il risultato del raccolto di nettare del monte, che proviene da ben 70 fonti botaniche (i valori percentuali del polline di piante non nettarifere sono stati conteggiati a parte).

Salve a tutti, sono il dott. biologo veg. Walter Asci Ph.D. (on Plant DNA), in pensione dal 2025, e questa è la mia rubrica, curata nei dettagli assieme ai miei colleghi Edoardo Biondi, Anna Gloria Sabatini e Sandro Ballelli! Nelle prossime settimane vi guiderò in questa mia ricerca, analizzando dati e vari aspetti del settore dell’apicoltura nella zona del Monte Conero. Qui il mio curriculum


