RUBRICA: Periodi critici per l’alimentazione delle api
Le tre tabelle fenologiche descritte in Materiali e Metodi (qui omesse), sono state particolarmente utili, assieme alla tab. 5, per le considerazioni presentate in questo paragrafo.
Ultimate le osservazioni in campo, si è dunque cercato di esaminare singolarmente ciascun periodo dell’anno – tranne quello di sostanziale inattività delle api (cioè la prima parte dell’inverno, caratterizzata da: colonie in “glomere”, assenza di covata, voli più che altro di evacuazione) – al fine di individuare eventuali intervalli critici. Durante questi ultimi si può verificare per esempio penuria di fonti di nettare e/o di polline per le colonie degli apiari 1, 2 e 3 (per i periodi in cui è stato diviso l’anno, vedi Materiali e Metodi). Le tre zone di osservazione sono state prese in considerazione separatamente, al fine di stabilire il contributo di ciascuna delle descritte formazioni vegetazionali (pascolo, macchia, coltivi) per l’alimentazione delle api.
Tenendo presente che il bio-clima dell’area del monte Cònero è di tipo sub-mediterraneo, con aridità estiva limitata (BIONDI, 1986), è evidente che in certi periodi dell’anno le api dovranno visitare tutte o quasi le pochissime fioriture attrattive a disposizione (ad esempio alla fine dell’inverno); in altri periodi potranno effettuare una scelta tra i numerosi taxa in fiore (ad esempio in primavera avanzata). In alcuni periodi, poi, l’insetto può volare poco e, comunque, non si allontana troppo dal suo alveare (per es. alla fine dell’autunno). Esso ha dunque bisogno di fonti alimentari piuttosto vicine al nido (entro poche centinaia di metri, cioè). Le osservazioni hanno dimostrato, in proposito, come l’ape possieda una capacità straordinaria di esplorare il suo ambiente e valutarne i continui mutamenti: in virtù di questa capacità si costituiscono degli enormi “flussi” di bottinatrici. In un dato momento della stagione, per es., il flusso tende a concentrarsi su un taxon in antesi piuttosto che su di un altro, per venire improvvisamente dirottato dalle api esploratrici su una nuova, incipiente fioritura.
Grazie a questo meccanismo, a questa interazione ape-ambiente sensu lato, che deve essersi evoluta parallelamente alla filogènesi dell’animale, le colonie riescono solitamente ad adattare la loro consistenza numerica anche ai citati periodi critici per l’approvvigionamento (principalmente variando il volume della covata e quindi l’entità delle esigenze nutritive). Il problema si può presentare per l’apicoltore qualora questi ultimi siano particolarmente ostici, ossia troppo intensi e/o prolungati, per poter essere sopportati dalle famiglie. Ciò può causare la loro sciamatura (“secca”), alcune malattie, oppure un indebolimento tale da compromettere in parte o in toto il raccolto estivo in miele. Nei casi estremi si può constatare la morte delle colonie.
Avvalendosi delle riflessioni bio-climatiche esposte, l’anno è stato pertanto suddiviso come precedentemente esposto, escludendo appunto la prima parte dell’inverno. Logicamente si è fatta una valutazione media, basata sull’esperienza apistica personale degli autori e sugli andamenti atmosferici di molte annate.
Alcune considerazioni.
Il periodo “c” (fine giugno-luglio, per l’esattezza) coincide mediamente con quello del maggior raccolto in miele per i tre apiari di cui sopra (con utilizzo dei favi del melario). (Il contributo al raccolto dei taxa di ciascuna delle tre formazioni vegetazionali, tra l’altro, può essere in questo caso quantificato grazie all’analisi pollinica della produzione dei tre rispettivi apiari; vedi Materiali e Metodi).
Per tutto il resto dell’anno solo ed esclusivamente le caratteristiche fenologiche delle specie visitate dalle api, valutate nel loro complesso ed unite ai dati registrati sull’appetibilità per il nettare e per il polline, possono fornire indicazioni su disponibilità ed importanza delle fonti di scorte. Le caratteristiche fenologiche considerate, per ogni zona e per ciascun periodo dell’anno, sono: il numero e la durata delle fioriture disponibili (tab. 5); la loro diffusione (presenza); l’alternanza o la coincidenza tra fioriture.

Si deve poi tener conto della massima appetibilità osservata in campo, relativamente al nettare ed al polline (è stata considerata solo la fase fenologica maggiormente attrattiva per le api, cioè la piena fioritura).
A questo punto, per meglio valutare l’effettiva importanza di un taxon, sono stati esaminati due ulteriori dati. Il primo è l’appetibilità riportata da altre Flore apistiche, regionali o nazionali, e osservata quindi in vari contesti ecologici – anche molto diversi tra loro. Il secondo fattore è la possibilità che quel taxon contribuisca al raccolto di miele e/o di polline in altre situazioni climatiche. Se infatti non si tenesse conto anche di queste due informazioni, si rischierebbe di non identificare un periodo particolarmente critico come tale. Magari le api visitano assiduamente due o tre fioriture, presenti ed anche estese, in un determinato periodo, in una certa zona di osservazione. Tuttavia, qualora siano le sole presenti “a volo d’ape”, e non vengano generalmente riconosciute, in vari altri studi, come “buone” nettarifere e/o pollinifere, le piccole alate sarebbero costrette a dimostrare un forte interesse nei loro confronti (densità bottinatrici/m2), moltiplicando le visite ai fiori; ciò, nonostante che il nettare/polline ricavato sia in realtà molto poco, e la sopravvivenza delle colonie a rischio. Non và assolutamente ignorato il Potenziale mellifero del taxon.
Zona 1
Durante l’anno, non emergono da questa indagine intervalli caratterizzati da scarsità di fonti di approvvigionamento di nettare o di polline, per l’apiario 1. Né tali fonti sono troppo lontane dai suoi alveari.
Zone 2 e 3
Nei periodi “a” , “e” e “c/d” (il mese di agosto, in sostanza), in base alle caratteristiche fenologiche e di appetibilità della flora apistica, il contributo dei taxa delle due zone all’alimentazione dei rispettivi apiari 2 e 3 è scarso. (Durante il resto del periodo “c”, in base ai risultati delle analisi polliniche, il contributo delle stesse zone al raccolto di tali apiari è minimo. Vedi paragrafo successivo: “ Risultati delle Analisi melissopalinologiche”). I tre periodi coincidono con quelli notoriamente “critici”, per le api che popolano le aree a bio-clima meso-mediterraneo come quella del Cònero, relativamente alla disponibilità di nettare e di polline. Questa è la naturale conseguenza delle avverse condizioni atmosferiche che caratterizzano questi periodi: freddi e/o umidi, “a” ed “e”; molto caldo e secco, “c/d”. Viene così limitato – nelle zone 2 e 3 (quanto nella 1) – il numero di specie fiorite e (“a” ed “e”) la stessa attività bottinatrice delle api. Difatti, in questi ultimi due periodi, le esploratrici degli apiari 2 e 3 arrivano molto poco sino alle rispettive zone 2 e 3 (la distanza “pesa” ancora più del solito). In tutti gli altri periodi dell’anno (“c/d” compreso), le stesse bottinatrici spingono poco i loro voli rispettivamente fino al pascolo e alla macchia (o comunque meno di quanto potrebbero), essendo condizionate dalla citata distanza e dalla descritta “concorrenza” delle specie botaniche contemporaneamente fiorite, nella vegetazione dei coltivi (vedi Materiali e Metodi).
Riprendendo il discorso generale sulla Flora apistica, durante le osservazioni in campo è stato inoltre rilevato in che misura l’appetibilità per i diversi nutrimenti varia per ciascun taxon durante l’arco della mattina. I risultati hanno dimostrato la fondatezza del criterio che prevede osservazioni in prima ed in tarda mattina. Questa differenziazione si è confermata sensata soprattutto per il nettare (vedi MATERIALI E METODI). Alcuni taxa, ad esempio, visitatissimi per questo alimento in certe ore del mattino, non lo sono affatto in altre. Nella Flora apistica si possono quindi trovare taxa la cui appetibilità per il nettare è, sempre a titolo di esempio, massima nelle prime ore del mattino, insieme a taxa ad appetibilità più elevata nelle ultime. A parità di tutti i possibili fattori in gioco, tale fenomeno sembra imputabile a fluttuazioni taxon-specifiche nella consistenza della secrezione di nettare.
Grazie ad un competente ed approfondito lavoro di Erbario (Asci & Taffetani, 2012), si è cercato di raggiungere il più basso rango sistematico nella determinazione degli esemplari raccolti per ogni pianta visitata. Ciò ha consentito di effettuare la seguente constatazione. In alcuni casi è stato osservato il comportamento dell’ape nei confronti di più subspecie, o più varietà, di una stessa specie, che crescono frammiste. In nessuno di questi casi, tuttavia, è stata riscontrata una raccolta preferenziale di nutrimento su questa o quella sub-specie, o su questa varietà rispetto quell’altra, dimostrando così che, almeno per le piante studiate, le differenze fisiologiche nella secrezione di nettare e nella offerta di polline si arrestano al rango di specie.
Infine, sono stati registrati sulle apposite schede aspetti inediti, osservati nel rapporto ape-fiore.

Salve a tutti, sono il dott. biologo veg. Walter Asci Ph.D. (on Plant DNA), in pensione dal 2025, e questa è la mia rubrica, curata nei dettagli assieme ai miei colleghi Edoardo Biondi, Anna Gloria Sabatini e Sandro Ballelli! Nelle prossime settimane vi guiderò in questa mia ricerca, analizzando dati e vari aspetti del settore dell’apicoltura nella zona del Monte Conero. Qui il mio curriculum


