RUBRICA: Quali materiali e metodi sono stati utilizzati per analizzare l’interesse apistico del Cònero?
Allo scopo di individuare quanti e quali taxa alimentano durante tutto l’anno gli apiari del Cònero, nell’ambito della flora del pascolo xèrico, della macchia mediterranea e dei coltivi, si è ricorso ad osservazioni dirette, all’interno delle fitocenòsi, sull’attività di raccolta compiuta dalle loro bottinatrici di nettare, polline e melata.
Al fine di individuare quanti e quali taxa, nell’ambito della flora descritta, consentono la produzione del miele degli apiari del Cònero, si è ricorso all’analisi melissopalinològica di laboratorio, su campioni del raccolto di alcuni di essi, opportunamente selezionati tra tutti. Nell’area indicata, la stagione del raccolto coincide mediamente col periodo che và dalla metà-fine del mese di giugno alla fine di luglio (con un “picco” nelle prime tre settimane di quest’ultimo). Attualmente, a distanza di anni dall’inizio del presente lavoro, si è molto diffusa la coltura del Girasole (Helianthus annuus), ma il “picco” è rimasto lo stesso.
Gli apiari del Cònero sono esclusivamente stanziali e già presenti all’inizio della ricerca (fig. 2). Vengono utilizzate soltanto arnie razionali (o “a favo mobile”), del tipo “marchigiano”, con 12 telaini da nido e con melario “alto”. I telaini sono di solito disposti a “favo freddo” (Benedetti & Pieralli, 1982; Contessi, 2018). Il livello tecnico degli allevatori è considerabile come medio, nel quadro nazionale. Non si produce, di solito, miele monofloreale.

E’ opportuno anzitutto chiarire alcuni concetti spesso utilizzati nel testo.
Iniziamo da quello di “attrattività”. Ogni pianta in fiore – in un preciso istante e luogo – possiede un proprio, peculiare potere attrattivo nei confronti dell’insetto prònube. Esso dipende da numerosi fattori, che si possono influenzare anche a vicenda. Alcuni di essi (riferendosi all’offerta di nettare, per es.) sono: la quantità e qualità intrinseche della secrezione floreale (è un fattore genetico), l’estensione della fioritura sul territorio (come insieme di tutti gli individui della stessa specie), la fase fenologica in cui si trova, l’ora del giorno considerata durante l’osservazione, l’andamento dei fattori atmosferici (di quel giorno e di quella stagione), le caratteristiche microclimatiche ed edafiche dell’ambiente ove la pianta vive, etc..
Per “appetibilità” di un taxon vegetale nei confronti delle api si intende invece il numero di bottinatrici effettivamente osservate in un certo istante – intente a raccogliere nettare, polline o melata – per m2 di superficie ricoperta dal taxon stesso (Jablonsky, 1971). Nel testo si è spesso utilizzato il termine “appetibilità massima”. Esso rappresenta il valore più alto rilevato relativamente all’intensità di bottinamento dell’ape su un certo taxon, in una determinata zona. E’ il concetto più impiegato in Apidologia (Menghini & Ricciardelli D’Albore, 1979).
L’appetibilità di una pianta è direttamente proporzionale alla sua attrattività, ovviamente. E’ tuttavia determinante anche il numero e la collocazione delle colonie presenti nel territorio. Pure i fattori atmosferici influenzano ogni momento il volo dei piccoli animali. Un ultimo fattore, non meno importante, influisce sull’appetibilità del taxon nei confronti dell’ape: la “competitività floristica”.
Per “competitività floristica” di un taxon và intesa la “rivalità” che esso manifesta nell’offerta della ricompensa all’insetto, rispetto agli altri taxa fioriti in una stessa zona. Per scopi riproduttivi – legati all’evoluzione – infatti, i taxa apistici si contendono l’un l’altro la presenza delle bottinatrici, il cui numero è in pratica costante sul territorio. Per questa ragione, i fiori di una pianta possono essere molto visitati in un certo contesto e momento, ma molto meno in un altro – a parità di tutti i fattori attrattivi messi in gioco – a causa della contemporanea presenza nella seconda zona di un’altra fioritura, più attrattiva e quindi competitiva nei riguardi della ligustica.
Per “interesse apistico” di un taxon si intende infine l’insieme di informazioni disponibili, relative a quel taxon, nell’ambito di una certa area: i tipi di alimento prelevati dalle api (nettare, polline o melata), la relativa appetibilità massima, la parte della giornata in cui questa si manifesta, la diffusione del taxon stesso, il periodo di fioritura, l’eventuale contributo al raccolto estivo in miele, e il cosiddetto “Potenziale mellifero”, etc.. Tale potenziale (Contessi, 2018) è una misura dell’importanza nettarifera di una specie e si calcola considerando la quantità media di nettare secreto da un fiore in circa 12 ore, la sua concentrazione zuccherina, la durata di vita del fiore e il numero medio di fiori per unità di superficie o (nel caso di alberi) per pianta. I risultati si esprimono in termini di kg miele/ha, ma ciò non costituisce una previsione reale della quantità di miele che è possibile ottenere, bensì una stima teorica della potenzialità della pianta nelle condizioni più favorevoli (Ricciardelli D’Albore & Intoppa, 2016).
L’interesse apistico viene spesso riportato nelle tabelle delle flore specialistiche, con i valori delle singole informazioni che nel complesso lo costituiscono (Simonetti e coll., 1989).

Salve a tutti, sono il dott. biologo veg. Walter Asci Ph.D. (on Plant DNA), in pensione dal 2025, e questa è la mia rubrica, curata nei dettagli assieme ai miei colleghi Edoardo Biondi, Anna Gloria Sabatini e Sandro Ballelli! Nelle prossime settimane vi guiderò in questa mia ricerca, analizzando dati e vari aspetti del settore dell’apicoltura nella zona del Monte Conero. Qui il mio curriculum
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